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domenica 4 settembre 2011

MINO MARTINAZZOLI, ULTIMO SEGRETARIO DELLA DC, E' MORTO NELLA SUA BRESCIA



"Viviamo una fase crepuscolare della democrazia. C'è una situazione di marasma tale da non riuscire a capire in che modo la politica possa ritrovare la sua nobiltà", queste le parole dell'ultimo intervento politico di Mino Martinazzoli rilasciato lo scorso aprile sul quotidiano cattolico Avvenire. Intervento che tradisce lo stile ruvido e diretto dell'ultimo segretario della Dc, democristiano dell'area Zaccagnini ma, da sempre, democristiano fuori dagli schemi e dalla facili classificazioni. Fondatore del Ppi, ministro di Grazia e Giustizia, della Difesa e delle Riforme Istituzionali, Sindaco di Brescia. E' morto oggi a Brescia dopo una lunga malattia.
Negli anni '90, dopo aver visto da segretario la fine della Democrazia Cristiana, diviene uno dei fondatori del Ppi e degli ispiratori del Patto per l'Italia quel blocco di centro che, nelle elezioni politiche del 1994, tentò la ricostituzione di un'area moderata alternativa sia  a Berlusconi che alla sinistra. Da tale scelta autonomista prenderà il via la diaspora democristiana con l'uscita di Pier Ferdinando Casini, Clemente Mastella e Marco Follini che scelsero l'alleanza con il blocco berlusconiano e la costituzione del Ccd.

Le reazioni:
  • Pier Ferdinando Casini, leader UdC: "Sono profondamente rattristato per la scomparsa di Mino Martinazzoli, con cui ho collaborato da giovane parlamentare nella vita della Democrazia Cristiana". "Da lui - continua Casini - mi hanno diviso non pochi giudizi politici, ma non è mai venuta meno la stima e il rispetto per la persona e per le sue qualità intellettuali e morali. Mi unisco con profondo cordoglio ai familiari e agli amici che ne piangono la scomparsa";
  • Dario Franceschini, presidente deputati Pd: "Con Mino Martinazzoli se ne va un uomo che ha messo passione, competenza e cultura in ogni passo della sua vita professionale e politica. Senza la sua scelta coraggiosa di traghettare i cattolici democratici dalla Dc nella nuova stagione politica degli anni '90, non sarebbero nati l'Ulivo e il Pd. Un'intera generazione - ha concluso Franceschini - gli è poi debitrice di indimenticabili momenti di entusiasmo e speranze. Alla sua famiglia le condoglianze di tutti i deputati del gruppo del Pd e mie personali, con affetto e dolore";
  • Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia: "Uomo politico, studioso e statista di rilievo, abbiamo militato insieme nella Democrazia Cristiana; poi siamo stati avversari fino alla competizione regionale del 2000 che ci vide candidati alla presidenza per due schieramenti contrapposti: ma lo abbiamo fatto con rispetto reciproco e nella comune difesa dei valori di democrazia e di partecipazione popolare";
  • Gianfranco Fini, presidente della Camera dei Deputati: "uomo politico che ha onorato le Istituzioni ed ha interpretato gli ideali del cattolicesimo democratico negli incarichi di governo ricoperti e nella guida del partito della Democrazia Cristiana, in fasi intense della storia politica nazionale";
  • Maria Ida Germontani, Fli: "Con la scomparsa dell'ex segretario della Dc, Mino Martinazzoli, non solo viene meno una figura politica di grande prestigio legata alla storia del nostro Paese, ma viene meno anche la coscienza critica e l'onestà intellettuale di un uomo che ha vissuto in modo doloroso ma molto lucido una transizione politica drammatica". "Sono entrata in politica più tardi del consueto - ha continuato la deputata - dalla società civile e nel bresciano, dove risiedo, ho avuto poche occasioni di incontro con Martinazzoli, ma quelle poche sono bastate per capire che era un grande politico con una incredibile capacità di analisi al punto da prevedere esattamente l'evoluzione successiva di avvenimento che oggi possiamo considerare la mancata rivoluzione liberale". "Devo dire grazie a Martinazzoli - ha concluso la Germontani - per l'esattezza delle sue previsioni ed anche devo ammettere oggi di avere sbagliato per non averlo preso sul serio: la politica deve saper ascoltare la voce di uomini di cultura, onesti e di prestigio quale era Martinazzoli".

Le notizie del blog TERNI...tudine sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «TERNI...tudine Blog» e l'indirizzo «www.ternitudine.blogspot.com»

sabato 29 maggio 2010

E' MORTO DENNIS HOPPER E IL MITO DI EASY RIDER






"Credo sia una questione di dna ma anche di fortuna. Forse è stata anche la mia capacità di saper passare attraverso tutto ciò. Credo nei miracoli. E' un miracolo che io sia ancora qui. E penso che ci sarà ancora per un bel pò" 
Dennis Hopper, Hollywood Interview, 2008

A Venice, in California, all'età di 74 anni, è morto Dennis Hopper e si è spento il mito di Easy Rider da lui scritto, diretto ed interpretato.
L'attore-mito che ha vissuto una vita piena di eccessi e di provocazioni al momento della morte pesava appena 45 chili. Amico dei più importanti rappresentanti del mondo dello spettacolo e della politica di tutti i tempi, da James Dean a Roy Lichtenstein e Andy Warhol, da Martin Luther King a John Wayne e Marlon Brando e molti altri.
Vita vissuta e ricca di esperienze che rimarrà per sempre nei nostri pensieri come qualcosa di appassionante ed incredibile.
Addio per sempre Dennis.


Filmografia minima:

  • 1954 - Johnny Guitar;
  • 1955 - Gioventù bruciata;
  • 1969 - Easy Rider;
  • 1979 - Apocalypse Now;
  • 1986 - Colpo vincente;
  • 1986 - Velluto Blue Speed;
  • 1995 - Waterworld;

domenica 23 maggio 2010

L'ITALIA CON GIOVANNI FALCONE, PER NON DIMENTICARE





"Il 23 maggio 1992, pochi minuti prima delle 18, una potentissima e devastante carica esplosiva collocata sotto la carreggiata dell'autostrada A/29 al km 4 del tratto Punta Raisi-Palermo nei pressi di Capaci, provoca la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, e degli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco di Cillo e Vito Schifani". Queste sono le prime 5 righe delle 1400 pagine con cui la Corte di Assise di Palermo ha condannato gli esecutori materiali e i mandanti della strage di Capaci. Un mese dopo, Paolo Borsellino ricorda così il collega e amico Giovanni Falcone.

"Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato.
E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.
In questo momento, inoltre, oltre che un magistrato io sono un testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblali e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mie e della nostra vita.

Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone.
Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria e poi se è il caso ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innescare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul Sole 24 Ore dalla giornalista... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.

Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale sia stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul Corriere della Sera che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia politica.

Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua candidatura a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo.
Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita certamente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe potuto superare lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estrememente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì così la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.

Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno la situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro 'La mafia di Agrigento', denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto.
Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quello che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone.
E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio. L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate del 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, seppur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi.

La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a far morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter lì continuare a operare meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sua convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa.
Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un pò più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l'ordinamento interno del ministero di Grazia e giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.

Certo anch'io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzano in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e il lavoro che aveva fatto a Palermo.
Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge anche nei momenti di maggiore successo le sostenesse.
Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura disposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare.

Soprattutto, per consentirgli di tornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato e attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato e attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del consiglio, al di fuori del Palazzo, dico era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice "cominciò a morire nel gennaio del 1988" aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare.

Poi possono essere avanzate tutte le critihe, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura".

martedì 18 maggio 2010

E' MORTO EDOARDO SANGUINETI, L'ULTIMO POETA

e

"La poesia non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina"
Edoardo Sanguineti

Oggi si è spento, all'età di 79 anni, Edoardo Sanguineti. Autore teatrale, critico letterario, saggista, professore universitario, studioso di Dante, scrittore dell'avanguardia e poeta, teorico più famoso del Gruppo '63, deputato indipendente del PCI, Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di gran merito della Repubblica Italiana, membro fondatore della "Accadémie Européenne de poésie" (Lussemburgo) e membro consulente del "Poetry International" (Rotterdam).
Nato a Genova nel 1930, si fa fatica a ripercorrere le numerose attività culturali e di impegno civile che hanno riempito la sua esistenza. Si trasferisce, bambino, a Torino dove entra in contatto con un mondo culturale in fermento. Nel 1951, appena ventenne, inizia a scrivere l'opera che chiamerà "Laborintus". E' di questo anno la sua dichiarazione di poetica 'I santi anarchici', il suo uditorio si è allargato rispetto alla piccola comunità di lettori inziale: "Si comunica, a principio, con una ristrettissima cerchia di complici. Poi, quando accade, se accade, l'uditorio si allarga, e l'orizzonte dei destinatari, ma sarebbe più esatto dire dei committenti, si dilata, e diviene un pubblico vero. Ma si è comunque segnati per sempre, in una certa misura, da quei lettori primi, settari e faziosi, che formano una microsocietà di favoreggiatori e di conniventi. Perchè chi scrive, scrive, in sostanza, per la semplice ragione che non trova, disponibili e prefabbricate, per quanto si guardi in giro, quelle poesie, quelle scritture in genere, che vorrebbe precisamente leggere, e deve costruirsele da solo. La poesia è un fai-da-te che trova una convalida iniziale, se si è fortunati, in una limitata cerchia di consumatori, altrettanto insoddisfatti delle merci letterarie che circolano nel mercato dei versi e dei libri".
Alla fine degli anni cinquanta inizia la carriera universitaria e, nei primi anni sessanta, inizia il decennio importantissimo con la conoscenza di Luciano Berio - con cui scrive l'anti-opera 'Passaggio' - e, nel 1963, la nascita del Gruppo '63 di cui diviene, insieme ad Angelo Guglielmi, il teorico più famoso.

Bibliogafria essenziale:
Laborintus (1956)
Triperuno (1960)
Interpretazione di Malegolge (saggio, 1961)
Tra liberty e crepuscolarismo (saggio, 1961)
Capriccio italiano (1963)
Ideologia e linguaggio (saggio, 1965)
Il realismo di Dante (saggio, 1966)
Guido Gozzano (saggio, 1966)
Il giuoco dell'oca (1967)
Teatro (1969)
Poesia del Novecento (antologia, 1969)
Storie naturali (1971)
Wirrwarr (1972)
Giornalino (1976)
Postkarten (1978)
Stracciafoglio (1980)
Scartabello (1981)

venerdì 28 agosto 2009

ADDIO NANDA, PACE E AMORE

"Come sempre incontrare un genio mi dà il senso della vita e il fatto di
incontrarne sempre meno spiega il mio disastro
"

Queste sono le parole che Nanda pronunciò per descrivere l'incontro con Oliver Sacks nel 2003 perchè proprio ora, con la sua scomparsa, un altro genio se n'è andato e a noi non resta altro che il nostro disastro. Queste poche righe vogliono essere soltanto un ringraziamento per tutto quello che Nanda è stata e ha fatto, per tutto quello che ci ha insegnato e per tutto ciò che ha rappresentato. Un ultimo saluto, PACE E AMORE.

"Con Nanda ho imparato a fotografare anche senza macchina fotografica, scoprendo che può esserci un modo di fotografare gli sconfitti, come dice lei e come diceva Hemingway, con rispetto, senza strappar loro la dignità"
"E in tutto gli occhi di Nanda: occhi che sanno piantarsi
nei tuoi quando, tirandosi fuori per un attimo dai pensieri più cupi, il suo
viso d'improvviso si accende e ti vede davvero
"

Guido Harari - Milano, 7 gennaio 2004

"Questo è beat: amare la vita fino a consumarla"

Jack Kerouac

giovedì 13 agosto 2009

ALBERTO LUPO, LA VOCE SUADENTE DELL'ITALIA DEL BOOM



Alberto Lupo con Mina

Alberto Lupo con Alida Valli

Il 13 agosto di venticinque anni fa, all'età di sessant'anni, a San Felice Circeo, scompariva Alberto Lupo la voce suadente dell'Italia del boom economico. Attore affascinante con una presenza scenica rilevante, la cui attività passa dal teatro, al cinema, alla televisione, senza trascurare produzioni discografiche, è negli anni '70 che ottiene un enorme successo con programmi e sceneggiati tilevisivi. Dal 1972, insieme a Mina, presenta il mitico varietà Teatro 10, da cui nasce Parole, parole con lo stupendo duetto con la cantante.

giovedì 18 giugno 2009

E' MORTO RALF DAHRENDORF




La notizia è di questa mattina ed è stata confermata dalla casa editrice C.H.Beck di Monaco di Baviera, Ralf Dahrendorf è morto ieri a Colonia all'età di ottant'anni.
Nella sua biografia "Oltre le frontiere" (Laterza, 2004) ci ha confidato l'età che si è sempre sentito di avere, ventotto anni che, come diceva la sua scrittrice preferita Ingeborg Bachmann, "è quell'età di passaggio in cui un uomo finisce di vivere alla giornata e si rende conto che delle mille e una possibilità che la vita sicuramente gli avrebbe offerto, forse mille sono già sfumate e perdute". Essere ventottenne, però, secondo il suo pensiero significa concentrarsi su quell'unica possibilità rimasta verso la quale indirizzare la propria vita, cioè la democrazia.
Qualche accenno al suo curriculum accademico, scientifico e politico: professore di siciologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza; membro del parlamento tedesco per il Freie Demokratische Partei; funzionario al Ministero degli Esteri; membro ipercritico della Commissione europea; direttore della London School of Economics; Lord su nomina di Elisabetta II; docente di Teoria politica e sociale presso il Wissenschaftzentrum fur Sozialforschung di Berlino.
Per il Presidente Giorgio Napolitano, intellettuale acuto e originale
"Dahrendorf è stato un protagonista di grande rilievo della ricerca e del dibattito culturale in Europa, il suo contributo sui temi della democrazia rimane tra i più originali e acuti degli ultimi decenni. Il rapporto di fecondo scambio intellettuale, il nostro comune impegno nel momento della nascita della Conferenza italo-inglese di Pontignano e la cordiale amicizia personale resteranno fortemente impressi nel mio ricordo"

mercoledì 26 novembre 2008

mercoledì 12 novembre 2008

QUINTO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI NASSIRIYAH


Oggi ricorre il quinto anniversario della strage di Nassiriyah, dove diciannove italiani furono uccisi da 300 chili di tritolo. Porgiamo un ringraziamento a tutti i caduti e a tutte le famiglie. Un ringraziament particolare a Margherita Coletta moglie di Giuseppe che era andato in Iraq dopo che il figlio Paolo era morto di leucemia e disse "Parto in missione di pace per salvare tanti bambini in ognuno di loro vedrò il mio Paolo". La signora Margherita fondò, subito dopo la strage, l'associazione Coletta (www.associazionecoletta.it) inviando numerosi aiuti ai bambini iracheni e colpendo al cuore le coscienze con la famosa dichiarazione "Ama il tuo nemico, ci ha detto Gesù. Troppo facile farlo quando tutto va bene, è adesso che dovrò perdonare".


( la foto è stata presa da:
http://www.achindamo.net/images/Irak3.jpg&imgrefurl=http://www.achindamo.net/Nassiriyah.htm&h=149&w=198&sz=12&hl=it&start=30&um=1&usg=__vqXN_KZC3c7JjV_Xnw-IOVb9KxM=&tbnid=pxFbIxMoU3K9aM:&tbnh=78&tbnw=104&prev=/images%3Fq%3Dnassiriyah%26start%3D18%26ndsp%3D18%26um%3D1%26hl%3Dit%26sa%3DN)

lunedì 10 novembre 2008

'MAMA AFRICA' E' MORTA DOPO IL CONCERTO ANTI CAMORRA



"Ho mantenuto la mia cultura, ho mantenuto la musica delle mie origini, grazie a questo sono diventata questa voce e questa immagine dell'Africa e del suo popolo, soprattutto in Africa, sudamerica ed Europa"

MIRIAM MAKEBA, SIMBOLO DELLA LOTTA ANTI-APARTHEID, E' MORTA
STRONCATA DA INFARTO SUBITO DOPO ESSERE SCESA DAL PALCO DEL CONCERTO ANTI CAMORRA ED AVER CANTATO PER SAVIANO

Miriam Makeba nasce a Johannersburg nel 1932, diventa cantante con il gruppo sudafricano 'Manhattan Brothers'. Lascia il Sudafrica per necessità di carriera senza immaginare che ne sarebbe stata bandita per le sue posizioni contro l'apartheid. Nel 1960 cerca di rientrare di rientrare in patria per il funerale della madre ma le autorità gli tolgono la nazionalità.
Miriam Makeba è dunque costretta a vivere in esilio per 31 anni. E' stata la prima donna ad aver vinto il Grammy Award per l'album 'An Evening with Belafonte/Makeba' inciso insieme a Harry Belafonte nel 1965. Da qui inizia la fama mondiale con 'Pata Pata'. Sposa il leader delle Pantere Nere Stokely Carmichael. Nel 1985 muore la figlia Bongi e la Makeba si trasferisce n Europa dove resta fino al 1990 quando decide di tornare in Sudafrica dopo la liberazione di Nelason Mandela.

E' deceduta ieri a Castel Volturno subito dopo essere scesa dal palco del concerto anti-camorra per aver cantato per Roberto Saviano. Inutile la corsa in ospedale, muore a 76 anni per un attacco cardiaco.

venerdì 31 ottobre 2008

SYLVIA PLATH A 45 ANNI DALLA SCOMPARSA

Sylvia Plath


"Pensa. Ne sei capace. Sopratutto non devi fuggire nel sonno-dimenticare i dettagli - ignorare i problemi - costruire barriere fra te e il mondo e le allegre ragazze brillanti - ti prego, pensa, svegliati. Credi in qualche forza benefica al di fuori del tuo io limitato. Signore, signore, signore: dove sei? Ti voglio, ho bisogno di te: di credere in te e nell'amore e nell'umanità..."


L'11 febbraio di quest'anno ricorrevano 45 anni dalla morte della grande scrittrice e poetessa americana che in solo 31 anni riuscì ad imprimere per sempre un solco nella storia non solo letteraria di tutto l'occidente.

Da poco ho riletto i suoi Diari e mi sono accorto della moderna lucidità con cui è riuscita a descrivere la sua vita. Queste poche righe vogliono solo ricordare e far ricordare un'esempio di vita...

giovedì 23 ottobre 2008

E' MORTO VITTORIO FOA, UNO DEI PADRI DELLA REPUBBLICA

Vittorio Foa
E' morto, all'età di 98 anni, Vittorio Foa. Nè ha dato il triste annuncio, d'intesa con la famiglia, il segretario del Partito Democratico Walter Veltroni.
Nato a Torino il 18 settembre 1910, da subito antifascista, nel 1935 venne arrestato e condannato a 15 anni di reclusione. Condivise la cella con Ernesto Rossi, Mila e Bauer e si avvicinò al liberalismo di Croce. Dopo la resistenza è stato deputato della Costituente per il Partito d'Azione. Dirigente della CGIL, è stato parlamentare del Pds.
Da sempre coscienza 'eretica' della sinistra, fino alle sue ultime interviste ha combattuto per il dialogo ed il confronto senza nascondere le sue personali e lucide analisi. Con lui se ne va un altro pezzo di storia d'Italia.
Grazie Vittorio.

lunedì 29 settembre 2008

E' MORTO PAUL NEWMAN, ULTIMO AMERICANO

E' morto uno degli ultimi "grandi" del cinema mondiale. Paul Newman ha rappresentato per anni, non solo il Cinema di Hollywood, ma l'America più autentica, quella liberale e solidale a noi italiani poco nota. Con lui se ne va, assieme ad un pezzo di storia americana, lo sguardo più bello del cinema mondiale.



martedì 16 settembre 2008

A 65 anni è morto Richard Wright



All'età di 65 anni è morto, stroncato da un tumore, Richard Wright, tastierista e fondatore dei Pink Floyd.

martedì 9 settembre 2008

lunedì 28 luglio 2008

ADDIO MARISA...


La scorsa notte si è spenta nella sua casa romana la grande Marisa Merlini. Con lei se ne va un altro pezzo della Commedia all'italiana. Grazie per l'ironia con cui hai sempre espresso la tua arte!!!

domenica 27 luglio 2008

30 luglio 2007: PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL GRANDE MICHELANGELO ANTONIONI


Un anno fa moriva il grande Michelangelo Antonioni, uno dei più prolifici, amati, internazionali, sofisticati registi italiani.

venerdì 25 luglio 2008

PRIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI INGMAR BERGMAN

Un anno fa moriva il grande regista, sceneggiatore e scrittore svedese Ingmar Bergman. Il tema di Dio è ricorrente nel suo cinema e nella sua personale meditazione sul significato della vita e della morte. Con la speranza che abbia trovato "Il posto delle fragole", un saluto da questa terra.

sabato 19 luglio 2008

16° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI VIA D'AMELIO.

Oggi ricorre il sedicesimo anniversario della strage di via d'amelio.
In memoria del Giudice Paolo Borsellino e degli agenti della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cusina e Claudio Traina perchè nessuno dimentichi il loro estremo sacrificio e il profondo dolore dei familiari.
Grazie!!!
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