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venerdì 2 marzo 2012

SHINYNOTE, IL SOCIAL NETWORK PER UN MICRO CROWDFUNDING ETICO E SOLIDALE


E' operativo da circa un anno il primo social network italiano dedicato al terzo settore che offre un luogo di incontro tra il mondo del non-profit e quello del profit e, attraverso il crowdfunding, permette di finanziare piccoli progetti di volontariato.
"Abbiamo immaginato un social network fondato su basi etiche. Lo abbiamo costruito intorno alle storie delle persone, per le persone che sanno rintracciare nel quotidiano una scintilla di positività e speranza. Perché nessun uomo è un'isola", è con queste parole che il sito si presenta e attraverso lo slogan "Cambiamo il mondo una storia alla volta". Chiunque potrà raccontare la sua storia legata al variegato mondo del Terzo Settore ed "abbracciare" quella più bella.
"Esplora l'economia solidale Shinynote, uno spazio per finanziare piccoli progetti con un design simile a Pinterest, la bacheca online dove le persone condividono immagini, affiancate da commenti e voti. Funziona a partire da microdonazioni: ha sostenuto piccole iniziative di imprenditoria sociale e aiuto reciproco, come viaggi culturali e organizzazioni tra volontari per aiutare i senzatetto. Adopera il meccanismo del crowdfunding" (da Condivisione ad alto tasso digitale, Nòva24 inserto de IlSole24Ore del 26 febbraio 2012).

Se vuoi saperne di più:

Le notizie del blog TERNI...tudine sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «TERNI...tudine Blog» e l'indirizzo «www.ternitudine.blogspot.com»

sabato 10 ottobre 2009

"LA SCUOLA RITORNI A EDUCARE" DI PIER LUIGI CELLI (Il Sole 24 ore del 08/10/2009, pag. 25)


Ho pensato di proporre l'analisi "La scuola ritorni a educare" di Pier Luigi Celli apparsa su 'Il Sole 24 ore' di giovedi 8 ottobre 2009.

C'è un equivoco di fondo, che non sembra attingere il livello della coscienza collettiva se non nella sua versione riduttiva: ed è che gran parte dei guai del nostro modello sociale dipenda oggi dalla crisi in cui versa il sistema di istruzione del paese.
Si è cioè legittimato un giudizio che vede nel decadimento dei processi scolastici (dalle strutture agli uomini, passando per l'approssimazione nell'adeguamento dei programmi e della didattica relativa) la fonte di ogni squilibrio nell'acquisizione delle competenza spendibili poi a livello di eccellenza.
Noi crediamo che il problema, così impostato, sia fuorviante.
Anche volendo prescindere da quanto il merito scolastico consenta di ipotecare una sua lineare traduzione in prospettive lavorative, e trascurando la risibile sottolineatura del valore salvifico di un uso generalizzato dei test, resta però il tema di fondo: il valore del percorso scolastico è dato dalle conoscenze, dalla loro qualità e dal rigore con cui vengono sistematizzate, o c'è qualcosa di più "largo" che sfugge e indebolisce fortemente l'assetto della nostra struttura formativa? Il punto centrale, intorno al quale si è annodato finora il dibattito, è sulla scadente qualità delle conoscenze trasmesse. Quello che sembra sfuggire alle analisi (e alle recriminazioni) è che la nostra scuola - università compresa - è fortemente decaduta su un altro terreno ben diversamente fondamentale: quello, cioè, della educazione tout court. Educare è, in senso pieno, attività formativa per eccellenza; qualcosa che ha a che fare più con lo spirito del "maestro" che del "professore". Ed è appunto alla scarsità di "maestri", alla scomparsa delle passioni sociali e civili che questi sanno interpretare, che si deve questa decadenza della scuola che finisce con l'intaccare anche i livelli di istruzione.
Se volessimo capire veramente perchè il nostro sistema scolastico ci lascia insoddisfatti, più che prendercela con gli addetti ai lavori, dovremmo considerare il declino delle aspettative indotto da un degrado ben più rilevante: quello che coinvolge gli altri sistemi di riferimento, dalla politica alla società civile, dalle modalità di sviluppo delle carriere alla arbitrarietà dei sistemi premianti. In sostanza, stiamo chiedendo al mondo dell'istruzione qualcosa che non ha quasi corrispettivo nei mondi che deve servire.
E questo, alla lunga, ha spento ogni considerazione per quanto, attorno alla crescita e alla trasmissione di conoscenze in altri tempi, si era andato costruendo in altri tempi, come impegno lavorativo meritevole di onore. Tanto più strategico quanto più in sofferenza stavano entrando i modelli di aggancio tra scuola e vita. Quello che i giovani non si aspettano più, all'interno della scuola, e che invece sarebbe dirimente per aprire loro testa e cuore, è il gusto della ricerca e della discussione; il confronto aperto e lo spirito di una avventura culturale che torni a parlare di (e far sperimentare) temi in gran parte obsoleti: l'attitudine al rischio, il bisogno di libertà; l'accettazione della diversità e dell'anticonformismo che aiuta a misurare la distanza tra aspettative e realtà ordinaria, consentendo ad ognuno di sostenere la crescita della propria dotazione immunitaria.
Ridurre il problema della scuola ad una semplice questione di efficienza nei processi di istruzione o di affinamento di strumenti operativi è una forma, neppure troppo elegante, di impoverire il tema, dimenticando che non basta accumulare conoscenze, fors'anche di pregio, per restituire al tessuto sociale una propensione vera a coltivare il proprio futuro in maniera esigente.
La conoscenza entra in un universo di senso, per chi la deve acquisire, se c'è qualcuno che riesce a far capire il suo uso possibile, l'utilità non solo strumentale che questa può rivestire; le connessioni con il resto degli interessi e delle aspirazioni individuali. Così cresce il capitale sociale, come dotazione spendibile: declinando i modi, le forme e i contenuti del sapere in funzione della ricchezza della propria biografia piuttosto che orientati alla giustezza del curriculum.
Serve, in definitiva, un ritorno al gusto e all'esercizio del pensiero; e non solo in termini produttivi, come avviene con l'ossessione di razionare il tempo per non perdere la battuta della carriera.
Il giro ampio della cultura richiede, come evidente, investimenti supplementari che non sono, in prima battuta, economici; "educare" sollecita connessioni con un altro tipo di ricchezza e ha a che fare con la voglia di coltivare il futuro, forse proprio come risposta alla pochezza del presente. Perchè allora intristirci in operazioni di retroguardia?
L'autore è direttore generale dell'Università Luiss - Guido Carli
Per vedere l'articolo clicca qui.

lunedì 24 novembre 2008

RAFFAELLI SI BEA DELLE CLASSIFICHE DEL SOLE 24 ORE. MA VIVE SU UN ALTRO PIANETA?


Non so più cosa pensare. Il sindaco di Terni Paolo Raffaelli commenta i dati, pubblicati dal Sole 24 Ore nella redazione di una classifica che prende in esame quattro indicatori della ricerca "Ecosistema urbano 2009" di Legambiente e Ambiente Italia, dichiarando "Mi sembrano dati assolutamente eloquenti che dicono di uno sforzo straordinario compiuto in questo decennio per la qualità urbana, la qualità della vita, il riequilibrio tra centro e periferia della città e lo sviluppo delle funzioni pregiate del centro urbano, dei quartieri e degli antichi borghi. Il panorama descritto da una fonte autorevole come quella del Sole 24 Ore spiega probabilmente anche come in questi ultimi due lustri Terni sia diventata il maxicentro commerciale a cielo aperto, il più importante del centro Italia, di cui ci ha detto in questi giorni anche la ricerca di Confcommercio".
Mi domando dove viva Raffaelli, dove abbia vissuto in questi dieci anni. E' possibile che non si accorga che la qualità della vita e la qualità urbana siano peggiorate? Dove sono le aree pedonali? E ancora - ma su questo punto vorrei tanto avere un vostro parere cari lettori - Terni è diventata un maxicentro commerciale? E se si, secondo voi, un Sindaco dovrebbe vantarsene? Secondo me, no. La nostra città ha un tessuto economico fragilissimo e non può essere certamente il commercio a renderlo più forte. Al limite, avrei potuto accettare se ci fossimo specializzati nel cosiddetto terziario avanzato ma...
Forse per il sindaco dovremmo accontentarci. Esserci trasformati, nell'ultimo trentennio, da una città industriale in cui si faceva ricerca ad una città 'maxicentro commerciale' ed aggiungerei quasi 'dormitorio' dovrebbe farci gioire? Che fine...
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