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venerdì 20 gennaio 2012

(LIBIA) ZaLab: APPELLO A MONTI E NUOVO DOCUMENTARIO SUI RESPINGIMENTI

Di seguito pubblichiamo il comunicato dell'Associazione ZaLab con la presentazione del  nuovo documentario sui respingimenti ed un appello al professor Monti in vista dell'imminente incontro tra il Governo italiano e quello libico:

Il Presidente Monti in Libia: appello di ZaLab per rivedere gli accordi sull'immigrazione.


In vista dell'imminente incontro tra il Governo italiano e quello libico, ci rivolgiamo al presidente del consiglio, Prof. Mario Monti, con l'auspicio che già in occasione di tale incontro venga dato un chiaro e inequivocabile segnale di discontinuità rispetto alle politiche finora adottate dall'Italia in materia di immigrazione.
Come è noto, gli accordi firmati con la Libia, a partire da quello sui pattugliamenti congiunti fino al "Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione", hanno dato avvio alla pratica dei "respingimenti in mare". A partire dal maggio 2009, tutti i barconi intercettati nel Canale di Sicilia sono stati ricondotti in Libia. Questa pratica è stata condannata dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dal Consiglio d'Europa ed è attualmente oggetti di un processo intentato alla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo contro il governo italiano da 24 cittadini somali ed eritrei, riportati in Libia il 7 maggio 2009.
Molti dei migranti respinti (circa 2000 nelle varie operazioni condotte) erano richiedenti asilo che, sebbene bisognosi di protezione, sono stati invece riconsegnati alle autorità libiche, chiusi in carcere e condannati a subire varie forme di torture e abusi. Durante le operazioni di respingimento, i migranti sono stati ingannati dai militari italiani: è stato loro detto che stavano per essere portati in Italia e, al momento dello sbarco, sono stati consegnati manu militari ai libici. In ripetute occasioni, i militari italiani sono ricorsi all'uso della forza.
Le testimonianze dirette di alcuni di questi respinti sono raccolte nel documentario Mare chiuso di Stefano Liberti e Andrea Segre, prodotto da ZaLab con il supporto di Open Society Foundations, in uscita il prossimo marzo e di cui da oggi rendiamo pubblico il trailer. 
Qualunque sia l'imminente decisione della corte di Strasburgo, in occasione del suo viaggio a Tripoli chiediamo al professor Monti di annunciare chiaramente e solennemente che l'Italia cesserà ogni pratiche di respingimento in mare.
Auspichiamo pertanto che questo primo incontro con le autorità libiche sia un primo e decisivo passo per chiudere con un passato vergognoso e avviare un nuovo modo di affrontare le migrazioni nel pieno rispetto degli obblighi internazionali e dei diritti umani.


Link di approfondimento:

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lunedì 14 marzo 2011

LEGA ALLA "FIAMMA": A LAMPEDUSA SBARCANO BORGHEZIO E MARINE LE PEN

Marine Le Pen, leader del Front National (estrema destra francese)

Mario Borghezio, europarlamentare Lega Nord
L'europarlamentare leghista, Mario Borghezio, è sbarcato questa mattina all'isola di Lampedusa insieme alla presidente del partito di estrema destra francese, Marine Le Pen. Tale ben assortita delegazione - sicuramente espertissima in tema di diritti umani, di accoglienza - ha visitato il centro di accoglienza di contrada Imbriacola.
"Da questa visita ci aspettiamo - ha detto Borghezio - una presa di conoscenza diretta della situazione. Parleremo con il sindaco, le istituzioni, la Guardia di Finanza", "vogliamo portare il nostro contributo. L'Europa deve prendere delle decisioni. La Ue si appresta a promuovere un 'Piano Marshall' ma sono altrettanto importanti le iniziative umanitare che bisognerà prevedere".
La figlia di Jean-Marie Le Pen e presidente del partito della "Fiamma", partito di estrema destra francese ci ha dato anche dei suggerimenti: "invece di accoglierli a Lampedusa l'Italia dovrebbe inviare le navi con acqua e alimenti e assistere i migranti in mare, evitando che sbarchino nell'isola".


La fiamma, storico simbolo del Front National

Marine Le Pen con il padre Jean-Marie
Ad attendere i due leader della destra xenofoba europea sull'isola, c'era un gruppo di manifestanti dell'Associazione Ascausa e Legambiente con striscioni che recitavano: "Madame Le Pen dégagez avec Borghezio", oppure "Liberté-Egalité-Fraternité aussi peur les sans-papiers", oppure "Il mondo è a colori - fatevene una ragione".
Anna Siracusa, liceale di Lampedusa: "Non capiamo perché la Le Pen e Borghezio vengano nella nostra isola, non vogliamo entrare nelle polemiche politiche, ma la loro presenza non ha senso", "noi esistiamo - ha continuato la ragazza - non vogliamo i riflettori addosso solo perché ci sono i migranti. Vogliamo essere ascoltati, a Lampedusa non esiste un cinema, non c'è una biblioteca, non c'è un teatro; c'è una piscina in costruzione da anni e mai ultimata. Abbiamo bisogno di un luogo dove noi giovani possiamo incontrarci".
Francesco Solina, responsabile di una cooperativa dell'isola: "Sull'isola ci sono molti problemi, chi soffre di più siamo noi giovani, la politica e le istituzioni ci mettano nelle condizioni di rimanere nella nostra terra, facciano qualcosa per noi e per i tanti migranti che accogliamo. Vogliamo vivere nella serenità, basta con gli allarmismi".

Dell'emergenza sbarchi è comunque tornato a parlare oggi anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che, al termine di un incontro con il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, ha detto: "Voglio esprimere un ringraziamento profondo al presidente Barroso per quanto fatto finora, con particolare riferimento al rafforzamento della missione in corso dell'agenzia Frontex e per l'intenzione di presentare presto, ritengo entro giugno, un apposito piano per la gestione dei flussi migratori. Questa immigrazione è un problema comune che va affrontato e risolto con la collaborazione di tutta l'Europa. Ci aspettiamo quindi che dal piano della Commissione escano delle misure di concreto sostegno al Paese". Nella stessa occasione, Barroso ha risposto: "L'Italia si trova in prima linea rispetto a ciò che sta succedendo nelle coste del Mediterraneo ed è legittima la preoccupazione che tali avvenimenti possano andare oltre la capacità di ogni singolo Paese. L'Italia può contare sulla solidarietà politica e anche finanziaria dell'Unione europea".

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lunedì 21 febbraio 2011

LIBIA NEL CAOS IN QUATTRO GIORNI: CENTINAIA DI MORTI, PALAZZO DEL GOVERNO INCENDIATO, GHEDDAFI FORSE HA LASCIATO IL PAESE



A vedere le immagini e a leggere le notizie che giungono dalla Libia, sembrano essere passati decenni da quando il colonnello Gheddafi giunse in Italia per incontrarsi con il nostro presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Invece, è trascorso solo qualche mese ed in soli quattro giorni sembra crollare anche il regime quarantennale di Muammar Gheddafi che potrebbe aver già lasciato il Paese alla volta del Venezuela.
La notizia della fuga di Gheddafi non è stata comunque confermata dalle fonti ufficiali - l'ambasciata della Libia a Pechino non ha smentito - ma il figlio minore del colonnello, Saif al Islam, ha detto che il padre "è a Tripoli e lotta contro i teppisti" in un discorso in diretta tv alla nazione. "Muammar Gheddafi - ha continuato Saif - sta guidando la lotta a Tripoli e vinceremo", poi ha fatto più volte riferimento ad un non meglio specificato complotto di "forze stranere" e di "separatisti", "Arriveranno le flotte americane e europee e ci occuperanno", e ancora "il nostro non è l'esercito tunisimo o egiziano. Combatteremo fino all'ultimo uomo, all'ultimo proiettile".
Il paese nordafricano è comunque nel caos e sempre più drammatici si fanno i blianci degli scontri. In soli quattro giorni solo le vittime sarebbero oltre 250. Le ultime notizie da Tripoli parlano di palazzi governativi in fiamme, saccheggi di negozi e banche anche da parte delle forze dell'ordine e dell'esercito che si sarebbe unito ai dimostranti.

Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha rivolto un appello ai dimostranti e alle forze dell'ordine libiche a "non ricorrere all'uso della forza e rispettare le libertà fondamentali".
La Gran Bretagna ha convocato l'ambasciatore libico per protestare contro la violenza.
Il ministro degli esteri finlandese ha prospettato la possibilità di imporre sanzioni a Gheddafi da parte dell'Unione Europea.
Il ministro degli esteri, Franco Frattini, "molto preoccupato per le ipotesi che stanno emergendo in queste ore di un emirato islamico a Bengasi". "Si stanno affermando - ha dichiarato il titolare della Farnesina - ipotesi di emirati islamici a est e questo, a pochi chilometri dall'Italia, sarebbe un fattore di grande pericolosità. Sono molto preoccupato per una Libia divisa a metà tra Tripoli e la Cirenaica". Per il nostro ministro degli Esteri, l'Unione Europea "non deve interferire".

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giovedì 8 luglio 2010

PROFUGHI ERITREI: LUCI E OMBRE SULL'ACCORDO CON LA LIBIA


Il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, dichiara che "il governo italiano non si è mai sottratto all'opera di sensibilizzazione nei confronti delle autorità libiche sulla questione dei diritti umani" sollecitando, ancora una volta, l'intervento dell'Unione Europea e annuncia il raggiungimento di un accordo con il governo libico "per la liberazione e la residenze in cambio di lavoro per circa 150 paesi rifugiati, secondo quanto riferiscono fonti locali dell'organizzazione per l'emigrazione", "io credo che si debba cominciare ad apprezzare gli sforzi che la Libia sta compiendo verso il rispetto dei diritti umani".

Ovviamente la soluzione trovata viene descritta come la migliore. A ben guardare, però, molti sono ancora i nodi da sciogliere.
Il regime di Muhammar Gheddafi respinge le "accuse di tortura e maltrattamenti disumani all'interno dei suoi centri di accoglienza" e dichiara che "nel rispetto della dignità umana", "ha preso alcune decisioni per l'inserimento degli immigrati" con la concessione di "una vita dignitosa e un lavoro secondo le loro competenze". Ma tutto ciò potrà avvenire ad una sola condizione e cioè che i prigionieri europei - i quali, va sottolineato, sono tutti in possesso dei requisiti per i diritti d'asilo - si sottopongano all'identificazione da parte dell'ambasciata del loro Paese che rilascerà ai connazionali "carte d'identità affinché possano ottenere la residenza" in Libia. Proprio questo è nodo gordiano di tutta la vicenda.  
Cristopher Hein, presidente del Consiglio italiano per i rifugiati, a riguardo ha dichiarato che "l'identificazione da parte dell'ambasciata eritrea espone i rifugiati al rischio di ritorsioni violente sia nei loro confronti che dei loro familiari rimasti in patria". Secondo Hein finora nessuno dei rifugiati si sarebbe fatto identificare né dal governo libico - che non ha aderito a nessuna convenzione internazionale sui rifugiati - né alle autorità eritree. I rifugiati "si trovano di fronte ad una scelta difficile: uscire dal carcere mettendo in pericolo i loro cari o rifiutarsi di farsi identificare e continuare ad essere prigionieri" e comunque quali garanzie ci sono che "tra due mesi non vengano arrestati di nuovo e deportati in Eritrea?".
"L'Italia - conclude Hein - si faccia carico di questi profughi e offra loro asilo politico", "l'Italia è responsabile della sorte di queste persone", molti di loro sarebbero stati respinti nell'estate 2009 dalla Marina italiana e condotti in Libia senza che gli fossero fatte domande sulla loro provenienza e senza accertare il loro diritto a chiedere asilo politico.

Non posso, per concludere, non ricordare l'appello lanciato oggi dalla Simet (Società italiana di medicina tropicale) al ministro Fazio: "I medici - dichiara Zeno Bisoffi, presidente della Simet - non possono rimanere in silenzio su quello che sta succedendo ai rifugiati eritrei in Libia. Noi rappresentiamo alcune società mediche scientifiche nazionali che a vario titolo si occupano di salute internazionale". "Come medici non possiamo accettare l'idea che degli esseri imani, alcuni dei quali intendevano chiedere asilo e rifugio al nostro Paese, si trovino ora, vittime di abusi e maltrattamenti, in un paese che non rispetta le convenzioni internazionali sui diritti umani cui l'Italia aderisce. Il diritto alla salute e alla vita vale per tutti, e i medici hanno il dovere morale di essere in prima linea per esigere che venga rispettato, ora e in futuro. Forse abbiamo chiuso troppo gli occhi su questi drammi, nel passato". "Non si tratta di prendere posizioni politiche, non è questo il nostro ruolo, ma di dire la nostra parola, forte e chiara, come professionisti della salute: non possiamo più tacere, e non taceremo in futuro, se dei cittadini stranieri che chiedono asilo vengono respinti in massa in un paese che non dà alcuna garanzia che i loro diritti (primo fra tutti, il diritto alla salute e alla vita) vengano rispettati". "Per questo - conclude Zeno Bisoffi - abbiamo preso l'iniziativa di scrivere alcune lettere aperte, al Presidente della Repubblica, al Ministro della Salute e al Presidente nazionale degli Ordini dei Medici, e speriamo che questi nostri appelli non cadano nel vuoto e ricevano altre adesioni".

mercoledì 23 giugno 2010

AMNESTY INTERNATIONAL: PRESENTATO NUOVO RAPPORTO SULLA LIBIA "QUALE SPERANZA PER I DIRITTI UMANI?"


Oggi Amnesty International ha diffuso un nuovo rapporto intitolato "La Libia di domani: quale speranza per i diritti umani?" in cui si mette in evidenza "l'assenza di riforme, nonostante il paese intenda giocare un ruolo di maggior rilievo sul piano internazionale".
Il rapporto "denuncia il ricorso alle frustate per punire le adultere, la detenzione a tempo indeterminato e le violenze nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati così come i casi irrisolti di sparizioni forzate di dissidenti".
Hassiba Hadj Sahraoul, vicedirettrice del Programma Medio Oriente del Nord di Amnesty International, ha dichiarato: "Se la Libia vuole essere credibile sul piano internazionale, le autorità devono assicurare che nessuno sia al di sopra della legge e che tutte le persone, comprese le più vulnerabili ed emarginate, vengano protette dalla legge. La repressione del dissenso deve cessare".
Violazioni dei diritti umani:
  • le forze di sicurezza: hanno poteri quasi indontrastati, specialmente l'Asi, "di arrestare, imprigionare e interrogare persone sospettate di essere dissidenti o di svolgere attività legate al terrorismo. Queste persone possono essere trattenute senza contatti con l'esterno per lunghi periodi di tempo, torturate e private dall'assistenza legale";
  • centinaia di persone restano nelle prigioni libiche a tempo indeterinato, "anche dopo la fine della pena o dopo essere state assolte da un giudice";
  • gli attivisti per i diritti umani "subiscono ancora persecuzioni e arresti";
  • "migranti, rifugiati e richiedenti asilo, in maggior parte provenienti dall'Africa e in cerca di salvezza in Italia e in altri paesi dell'Unione europea, trovano invece arresti, detenzioni a tempo indeterminato e violenze in Libia";
  • la Libia non ha formato la Convenzione delle Nazioni Unite sullo status di rifugiato del 1951;
  • a giugno la Libia ha comunicato all'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati che doveva lasciare il paese;
  • la pena di morte "continua a essere usata", "in particolar modo nei confronti dei cittadini stranieri";
Hassiba Hadj Sahraoui, ha dichiarato: "I partner internazionali della Libia non possono ignorare l'agghiacciante situazione dei diritti umani in nome dei loro interessi nazionali. Come membro della comunità internazionale, la Libia ha la responsabilità di rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e occuparsi delle violazioni anziché nasconderle. La contraddizione di un paese che contemporaneamente fa parte del Consiglio Onu dei diritti umani e rifiuta le visite dei suoi esperti indipendenti sui diritti umani, è stridente".

Per maggiori informazioni, clicca qui
Per scaricare il rapporto in inglese, clicca qui

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giovedì 17 giugno 2010

COME UN UOMO SULLA TERRA / FORTRESS EUROPE: ESITO DELLA PETIZIONE


Posto di seguito il comunicato che ho appena ricevuto "Petizione, Come un uomo sulla terra-Fortress Europe":

Dopo alcuni mesi abbiamo ricevuto risposta dalla Commissione petizioni del Parlamento Europeo. La petizione è stata in primis accettata in quanto di competenza della UE ed è stata inoltrata al Governo italiano, all'UNHCR e alla Commissione Europea, ma poi la Commissione ha deciso di non discuterla ed è stata chiusa perché, da analisi approfondite, hanno trovato che lo stesso caso era stato preso in esame da due precedenti interrogazioni scritte al Parlamento europeo che hanno già avuto risposta.
Le interrogazioni di cui sopra, possono essere visionate su questi link:

Interrogazione scritta di Simon Busuttil (PPE-DE) alla Commissione [E-0122/2009]


Interrogaz. scritta di Mikel Irujo Amezaga (Verts/ALE) alla Commissione [E-3058/09]


Sono due risposte del 2008 e del 2009 che non contengono in alcun modo conto delle testimonianze di gravi violazioni e violenze in Libia, degli accordi Italia-Libia e della nuova pratica di respingimento delle imbarcazioni attuata dal Governo italiano dal maggio 2009. Sono quindi risposte ben lontane dal soddisfare le nostre richieste.
D'altronde la linea dell'Unione Europea è molto chiara sulla questione, visto il nuovo accordo appena negoziato con la Libia.

Nessuna risposta abbiamo invece ricevuto dal Parlamento e dal Governo italiano.

Tutto ciò mentre la situazione in Libia non accenna certo a migliorare, come conferma la recente espulsione dell'ACNUR da Tripoli.

Nonostante il silenzio imbarazzante delle Istituzioni, continuano a decine le proiezioni di COME UN UOMO SULLA TERRA e le presentazione de IL MARE DI MEZZO in tutta Italia ed Europa. Solo continuando a raccontare e incontrare potremo cercare di sconfiggere questo silenzio.

F.to


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venerdì 9 ottobre 2009

ERITREA: L'EX COLONIA ITALIANA E' DIVENUTA UNA PERICOLOSA PRIGIONE DA CUI TUTTI VORREBBERO FUGGIRE

Nella parte settentrionale del Corno d'Africa, stretta tra l'Etiopia, il Sudan e il Mar Rosso, c'è uno degli stati africani più piccoli, l'Eritrea. Paese multilingue e multiculturale che ha espresso per secoli la sua complessità anche attraverso una cultura profonda che affonda le sue radici all'VIII secolo sviluppando successivamente il regno di Axum e poi la Chiesa ortodossa eritrea. Nove i gruppi etnici, nessuna lingua ufficiale ma quattro: il tigrino, l'arabo, l'italiano e l'inglese. L'Eritrea è legata alla storia del nostro Paese in maniera indissolubile (per saperne di più clicca qui), da quando, verso la seconda metà dell'ottocento (1879) la società di navigazione Rubattino di Genova acquistò la Baia di Assab. Il Governo italiano acquisì poi la Baia nel 1882 e successivamente la città portuale di Massaua. Nel 1890 l'Eritrea venne dichiarata ufficialmente colonia italiana. Senza addentrarci troppo nella storia basta ricordare alcuni dati per testimoniare il legame profondo che dovrebbe legarci a quelle terre e ai loro abitanti. Anche rispetto alle altre colonie italiane come la Somalia e l'Etiopia (per la Libia il discorso è completamente diverso) l'Eritrea fu quella con la più alta presenza di italiani, fu una di quelle maggiormente ammodernata e quella in cui si costruirono più città con numerosi quartieri italiani.

Mi scuserete se la premessa è stata così lunga ma ho ritenuto fosse necessaria per proseguire. Da domenica scorsa, a Roma si è aperto il Sinodo dei vescovi dell'Africa. Fra i temi che dovranno affrontare i padri sinodali c'è anche quello delle enormi ingiustizie nel continente africano: dalle violenze nella regione dei Grandi Laghi agli orrori somali, dalla Guinea al Darfur e molti altri. Tra tutti questi, però, c'è un Paese che andrebbe considerato con speciale attenzione ma che rischia di passare quasi inosservato, com'è successo finora, in considerazione della sua esigua grandezza. Questo paese è l'Eritrea, appunto.

L'ex colonia italiana oltre a chiudere la classifica mondiale della libertà di stampa e comunicazione, dopo la Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania e Cuba, detiene anche numerosi altri primati poco invidiabili per quello che riguarda l'ingiustizia e la violazione dei diritti. Dal 1993, anno in cui è riuscita ad ottonere l'indipendenza, l'Eritrea è governata da un partito unico, il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (che è derivato direttamente dal Flpe, il Fronte popolare di liberazione dell'Eritrea) che non ha mai fatto entrare in vigore la Costituzione, che non ha mai permesso che si tenessero elezioni dopo il referendum per l'indipendenza. Circa il 10% dei cittadini è coscritto 'illimitatamente' nell'esercito e la maggiorparte di questi è destinato ai lavori forzati e ad altri lavori non pagati. l'Eritrea è anche il paese africano con il numero più alto di cristiani incarcerati e dove il governo controlla le due confessioni dominanti (il cristianesimo copto ortodosso e l'islam).

Numerosissime sono state in questi anni le limitazioni che le varie religioni hanno subito, già nel 1995 il governo decretò che le Chiese "dovevano limitarsi alla pratica di culto religioso e rinunciare sia alle attività di servizio sociale, che spettavano allo Stato, sia a finanziamenti dall'estero, da sostituirsi con fondi statali", da due anni ai missionari stranieri non sono più stati rinnovati i permessi di soggiorno e sono stati costretti ad abbandonari il Paese "forse anche loro dovranno salire sui barconi che salpano dalla Libia, come gli altri poveri diavoli eritrei" (Rodolfo Casadei, "In fuga dall'Eritrea, lo Stato prigione" - pubblished on Tempi 'http://www.tempi.it' - source URL: http://www.tempi.it/esteri/007706-fuga-dall-eritrea-lo-stato-prigione).



L'ultima frase che ho riportato è quella che dovrebbe farci più pensare. Il nostro Paese, da qualche mese, continua a respingere senza i dovuti controlli i barconi degli immigrati che tentano di sbarcare. Respingiamo bambini, donne, chi cerca rifugio dalle persecuzione e respingiamo anche i nostri fratelli dell'Eritrea. Abbiamo perduto tutto, anche la nostra memoria.

mercoledì 2 settembre 2009

30 AGOSTO, UN ANNO DI AMICIZIA ITALIA-LIBIA, NIENTE DA FESTEGGIARE



Di seguito pubblichiamo il comunicato ufficiale degli autori e della produzione del film "Come un uomo sulla terra":


30 Agosto - Un anno di amicizia Italia-Libia NIENTE DA FESTEGGIARE
Un anno di violazioni e violenze ai danni di migliaia di migranti africani

Continua la raccolta di firme per la petizione di "Come un uomo sulla terra" e Fortress Europe, con la quale si chiede l'avvio di due missioni in Libia, una d'inchiesta e una umanitaria, per verificare le condizioni dei migranti nei centri di detenzione e deportazione. Già in 15.000 hanno firmato.

In occasione della visita di Silvio Berlusconi a Tripoli, gli autori e la produzione di "Come un uomo sulla terra", il documentario che da un anno dà voce alle testimonianze dei migranti africani vittime degli accordi italo-libici, rilanciano in collaborazione con Fortress Europe la petizione per avviare missioni istituzionali nei centri di detenzione in Libia. La petizione è rivolta ai Parlamenti italiano ed europeo, alla Commissione Europea e all'UNHCR ed ha già raccolto on line e su carta quasi 15.000 firme.

Ad un anno di distanza dalla firma dell'accordo tra Italia e Libia, le motivazioni a sostegno delle richieste contenute nella petizione sono ancora più urgenti. Le notizie succedutesi negli ultimi mesi, in particolare dopo la svolta radicale avviata dai respingimenti voluti dal Ministro Maroni, danno conferma della necessità di avviare misure di controllo sulle modalità con cui lo Stato Libico gestisce, su richiesta e con finanziamenti italiani, la detenzione e la deportazione di migliaia di donne e uomini africani. Ormai si conoscono le condizioni disumane di detenzione, le violenze anche mortali della polizia libica e l'assoluta mancanza di tutela dei diritti umani fondamentali, tra cui il diritto d'asilo.

Questa situazione ha fatto sì che a chiedere missioni di verifica siano non solo organizzazioni internazionali come UNHCR, ma anche alte cariche istituzionali come il Presidente della Camera Gianfranco Fini e il Presidente del COPASIR Francesco Rutelli, oltre a vari esponenti dei gruppi parlamentari di opposizione. Prendiamo atto con favore di queste posizioni e uniamo le nostre voci a quelle dei firmatari della petizione, affinchè queste missioni siamo finalmente possibili.

Oggi, in questa giornata in cui sembra non ci sia proprio niente da festeggiare, chiediamo a tutti gli italiani che credono nella tutela dei diritti umani e nella costruzione di una civiltà democratica migliore, di firmare la petizione entro il 13 setttembre attraverso il sito del film: http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/.

Noi ci impegnamo a consegnare ufficialmente le firme ai destinatari entro la fine del mese di settembre, organizzando per l'occasione un momento di confronto serio, convinti che sia ormai non solo necessario ma anche possibile avviare al più presto missioni di verifica e di inchiesta in Libia.

Autori e Produzione "Come un uomo sulla terra"


Link e collegamenti:

giovedì 16 luglio 2009

INTERESSANTISSIMA INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA SOCIETA' PETROLIFERA LIBICA, DI MICHELE GILLEN CON LA COLLABORAZIONE DI ANDREA LIBERATI



Vi segnalo l'interessantissimo articolo "Ghanem: Libia più aperta e trasparente con il mondo" realizzato dalla giornalista americana Michele Gillen (nella foto) con la collaborazione del nostro amico ternano Andrea Liberati (nella foto) che ha curato anche la traduzione. Un'intervista a Shukri Ghanem, Presidente della Società Petrolifera Statale libica, in occasione della sua visita in Italia. Ghanem, "svela la nuova Libia a Il Tempo", spiega i piani di sviluppo, l'importanza della visita in Italia e dell'incontro tra Obama e Gheddafi.

Per leggere l'articolo
clicca qui.

mercoledì 1 luglio 2009

LA RAI FINALMENTE MANDA IN ONDA IL FILM "COME UN UOMO SULLA TERRA" SULLA SITUAZIONE DEI MIGRANTI AFRICANI IN LIBIA



Da oltre un anno il film-documentario "Come un uomo sulla terra" sta girando l'Italia. Associazioni culturali, di volontariato, Centri Sociali e Università, hanno contribuito - spesso senza alcun appoggio istituzionale - a promuovere la pellicola e la campagna "IO NON RESPINGO" e la petizione al Parlamento italiano e a quello europeo per richiedere la costituzione di una "Commissione d'inchiesta internazionale ed indipendente sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia in seguito agli accordi bilaterali con il Governo italiano" e per "avviare rapidamente, vista l'emergenza della situazione, una missione internazionale umanitaria in Libia per verificare la condizione delle persone detenute nelle carceri e nei centri di detenzione per stranieri" (per ulteriori informazioni o per sottoscrivere la petizione clicca qui) .
La Rai finalmente trasmetterà il film il prossimo 9 luglio su Rai 3 alle ore 23,40. Per avere un idea minima dell'importanza del film basta leggere il suo sottotitolo "Dal 2003 Italia ed Europa chiedono alla Libia di fermare i migranti africani. Ma cosa fa realmente la polizia libica? Cosa subiscono migliaia di uomini e donne africane? E perchè tutti fingono di non saperlo?".
Per maggiori informazioni clicca qui sotto:

giovedì 30 ottobre 2008

DOPO UNICREDIT, LA LIBIA VUOLE ANCHE UN PO' DELLA TELECOM



Dopo l'acquisto di una quota consistente (4,9%) del gruppo bancario Unicredit, la Libia vorrebbe trattare anche l'acquisto di quote azionarie della Telecom e di altre aziende italiane. Questo l'annuncio fatto dal figlio del leader libico Gheddafi, Saif Al-Islam nel corso di un convegno. "''Il colonialismo, il risarcimento, sono tutti temi appartenenti al passato, ora voglio parlare di futuro, che non e' solo Eni'', ''Vorremmo che esistesse una nuova comunita' italiana nel nostro Paese e vedere migliaia di imprenditori italiani in Libia che possano intraprendere rapporti commerciali ed economici con i colleghi libici''.
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