giovedì 8 luglio 2010

PROFUGHI ERITREI: LUCI E OMBRE SULL'ACCORDO CON LA LIBIA


Il sottosegretario agli Esteri, Stefania Craxi, dichiara che "il governo italiano non si è mai sottratto all'opera di sensibilizzazione nei confronti delle autorità libiche sulla questione dei diritti umani" sollecitando, ancora una volta, l'intervento dell'Unione Europea e annuncia il raggiungimento di un accordo con il governo libico "per la liberazione e la residenze in cambio di lavoro per circa 150 paesi rifugiati, secondo quanto riferiscono fonti locali dell'organizzazione per l'emigrazione", "io credo che si debba cominciare ad apprezzare gli sforzi che la Libia sta compiendo verso il rispetto dei diritti umani".

Ovviamente la soluzione trovata viene descritta come la migliore. A ben guardare, però, molti sono ancora i nodi da sciogliere.
Il regime di Muhammar Gheddafi respinge le "accuse di tortura e maltrattamenti disumani all'interno dei suoi centri di accoglienza" e dichiara che "nel rispetto della dignità umana", "ha preso alcune decisioni per l'inserimento degli immigrati" con la concessione di "una vita dignitosa e un lavoro secondo le loro competenze". Ma tutto ciò potrà avvenire ad una sola condizione e cioè che i prigionieri europei - i quali, va sottolineato, sono tutti in possesso dei requisiti per i diritti d'asilo - si sottopongano all'identificazione da parte dell'ambasciata del loro Paese che rilascerà ai connazionali "carte d'identità affinché possano ottenere la residenza" in Libia. Proprio questo è nodo gordiano di tutta la vicenda.  
Cristopher Hein, presidente del Consiglio italiano per i rifugiati, a riguardo ha dichiarato che "l'identificazione da parte dell'ambasciata eritrea espone i rifugiati al rischio di ritorsioni violente sia nei loro confronti che dei loro familiari rimasti in patria". Secondo Hein finora nessuno dei rifugiati si sarebbe fatto identificare né dal governo libico - che non ha aderito a nessuna convenzione internazionale sui rifugiati - né alle autorità eritree. I rifugiati "si trovano di fronte ad una scelta difficile: uscire dal carcere mettendo in pericolo i loro cari o rifiutarsi di farsi identificare e continuare ad essere prigionieri" e comunque quali garanzie ci sono che "tra due mesi non vengano arrestati di nuovo e deportati in Eritrea?".
"L'Italia - conclude Hein - si faccia carico di questi profughi e offra loro asilo politico", "l'Italia è responsabile della sorte di queste persone", molti di loro sarebbero stati respinti nell'estate 2009 dalla Marina italiana e condotti in Libia senza che gli fossero fatte domande sulla loro provenienza e senza accertare il loro diritto a chiedere asilo politico.

Non posso, per concludere, non ricordare l'appello lanciato oggi dalla Simet (Società italiana di medicina tropicale) al ministro Fazio: "I medici - dichiara Zeno Bisoffi, presidente della Simet - non possono rimanere in silenzio su quello che sta succedendo ai rifugiati eritrei in Libia. Noi rappresentiamo alcune società mediche scientifiche nazionali che a vario titolo si occupano di salute internazionale". "Come medici non possiamo accettare l'idea che degli esseri imani, alcuni dei quali intendevano chiedere asilo e rifugio al nostro Paese, si trovino ora, vittime di abusi e maltrattamenti, in un paese che non rispetta le convenzioni internazionali sui diritti umani cui l'Italia aderisce. Il diritto alla salute e alla vita vale per tutti, e i medici hanno il dovere morale di essere in prima linea per esigere che venga rispettato, ora e in futuro. Forse abbiamo chiuso troppo gli occhi su questi drammi, nel passato". "Non si tratta di prendere posizioni politiche, non è questo il nostro ruolo, ma di dire la nostra parola, forte e chiara, come professionisti della salute: non possiamo più tacere, e non taceremo in futuro, se dei cittadini stranieri che chiedono asilo vengono respinti in massa in un paese che non dà alcuna garanzia che i loro diritti (primo fra tutti, il diritto alla salute e alla vita) vengano rispettati". "Per questo - conclude Zeno Bisoffi - abbiamo preso l'iniziativa di scrivere alcune lettere aperte, al Presidente della Repubblica, al Ministro della Salute e al Presidente nazionale degli Ordini dei Medici, e speriamo che questi nostri appelli non cadano nel vuoto e ricevano altre adesioni".

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