giovedì 3 settembre 2009

VENTISETTE ANNI FA VENIVA FEROCEMENTE UCCISO IL GENERALE DALLA CHIESA. NAPOLITANO: "LA MEMORIA DI CARLO ALBERTO DALLA CHIESA IMPONE VIGILANZA"


"Ricorre oggi il ventisettesimo anniversario del vile agguato nel quale furono uccisi il Prefetto Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo, il coraggioso agente della scorta. Il Paese ricorda con immutata emozione la cieca violenza di quell'atto con il quale la mafia volle colpire un fedele servitore dello Stato, pronto a contrastarla con nuovi ed efficaci metodi investigativi e con il coinvolgimento e il sostegno dell'intera popolazione: così come aveva fatto negli anni precedenti quando, con determinazione e intelligenza, aveva combattuto la feroce aggressione terroristica", "Il barbaro attentato provocò un unanime moto di indignazione cui seguì un più deciso e convergente impegno delle Istituzioni e della società civile, che ha consentito di infliggere colpi sempre più duri alla criminalità mafiosa ed alla sua capacità di controllo del territorio. Le dolorose immagini di quella tragica sera non debbono però essere dimenticate. Il sacrificio del Gen. dalla Chiesa e quello di tanti altri caduti per mano di mafia debbono restare vivi nella memoria di tutti ed imporre alle Istituzioni, alla società civile ed alle nuove generazioni una continua vigilanza contro le persistenti forme di presenza e di infiltrazione della criminalità organizzata, non meno pericolose anche quando meno appariscenti. In questo spirito, interpretando i sentimenti di tutti gli italiani, rinnovo ai familiari del Generale dalla Chiesa, della sua gentile consorte e dell'agente Russo il sentito e commosso omaggio mio personale e dell'intera Nazione". Queste pubblicate sono parti del messaggio diffuso dalla prefettura di Palermo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Roberto Maroni, Ministro dell'Interno: "Il modo migliore per ricordare chi ha speso la sua vita nella lotta alla criminalità organizzata è quella di fare tesoro dei suoi insegnamenti", il Ministro ha quindi ricordato alcuni dei risultati ottenuti nella lotta alla mafia "da maggio sorso sono stati assicurati alla giustizia otto mafiosi al giorno, sabati e dimeniche compresi. Sono state approvate norme che consentono un'aggressione dei patrimoni mafiosi più efficace di quanto lo fosse prima. Inoltre, sono stati catturati pericolosi latitanti: dodici erano nell'elenco dei trenta più pericolosi e 29 erano nell'elenco dei cento più pericolosi".

Angelino Alfano, Ministro della Giustizia: "Ventisette anni fa veniva ucciso un uomo di Stato e un grande carabiniere che ha sacrificato la sua vita per affermare i principi di legalità e di giustizia, sfidati dalla criminalità organizzata", "il suo coraggio e la sua forza, mossi da un innato senso del dovere, sono ricordati e trasmessi a tutti coloro che operano nell'esclusivo interesse della socità civile e dello Stato. L'impegno con cui si è totalmente dedicato alla lotta al terrorismo prima, al contrasto alla mafia poi, ha riempito ogni singola pagina della sua vita, spingendosi fino al sacrificio estremo", il Ministro conclude con una rivelazione "non esiste commemorazione se non accompagnata da azioni concrete che rafforzano la coscienza civile e potenziano le strategie di contrasto alla criminalità organizzata. Il Governo sostiene il proprio impegno nella lotta alla mafia anche nella memoria di chi, come Carlo Alberto Dalla Chiesa, è caduto per offrire all'Italia un futuro solido, attraverso l'eliminazione di quei segmenti di antistato che ne minano le fondamenta. Da quel lontano 1982 tanto è stato fatto ma è nostro compito non abbassare la guardia per emancipare la Sicilia dal pesante giogo di cosa nostra".
Saverio Romano, Unione di Centro: "Il sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente Domenico Russo ha segnato uno dei punti più efferati nella storia del conflitto tra la mafia e lo Stato e ha rappresentato, per la sua efferatezza e per il significato dell'azione di contrasto alla criminalità organizzata condotta dal Generale Dalla Chiesa che era fatta non solo di repressione ma anche di formazione delle coscienza, uno dei momenti di maggiore sensibilità nell'opinione pubblica sulla disumanità di Cosa Nostra e sugli effetti nefasti della sua azione. La politica non sempre è stata unita in tal senso ed ha portato avanti azioni disarticolate e non omogenee. E invece è importante che chi ha responsabilità politiche, in Sicilia soprattutto, a prescindere dal colore e dalla logica delle appartenenze, faccia fronte comune, perchè la lotta al sistema del malaffare deve annullare le differenze tra i partiti e unirli nel rispetto della legge e della libertà. per restituire ai cittadini onesti quella speranza che, dopo il 3 settembre del 1982, pensarono erroneamente di avere perso per sempre".
Giuseppe Lumia, Partito democratico: "Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa non va dimenticato. La sua testimonianza è una memoria ancora viva e attuale nella lotta alle mafie", "venne assassinato barbaramente perchè voleva imprimere alla lotta alla mafia una svolta radicale e senza precedenti sul piano operativo. Ad impedirglielo fu quel sistema di collusioni politico-mafiose che gli fece terra bruciata. Ciò favorì la vendetta di Cosa Nostra, che si consumò il 3 settembre 1982. Con lui caddero anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo", "Perchè la sua uccisione brucia ancora? Perchè il suo ricordo è ancora vivo? La sua morte brucia ancora perchè quel sistema di collusioni non è stato individuato e condannato. Conosciamo i killer, conosciamo i membri della cupola di Cosa Nostra che diedero l'ordine di eseguire l'omicidio; ma, come spesso accade in modo vergognoso in tutti i grandi omicidi di mafia, il livello delle collusioni non è stato colpito. Fino a quando non si farà piena verità e giusitizia dobbiamo sentire il peso della vergogna che si abbatte sulle nostre istituzioni", "il suo messaggio è ancora vivo: Dalla Chiesa voleva una legislazione moderna, capace di aggredire le organizzazioni criminali. Egli, infatti, collaborò con Pio La Torre alla legge sul 416bis, il reato di associazione mafiosa, e sul sequestro e la confisca dei beni. Lo Stato ancora una volta arrivò in ritardo: solo dopo il sacrificio di entrambi, il Parlamento si riunì e varò quelle leggi. Dalla Chiesa credeva nel rapporto legalità-sviluppo, era fortemente convinto che i diritti non potevano trasformarsi in favori. Proprio per questo andava nella scuole e nelle fabbriche per educare le nuove generazioni e promuovere lo sviluppo produttivo nella legalità. Due antidoti potenti per colpire Cosa Nostra alla radice".

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