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venerdì 8 luglio 2011

(MAFIA) IL GIP NON ARCHIVIA E CHIEDE L'IMPUTAZIONE COATTA PER IL MINISTRO ROMANO

Il ministro Saverio Romano ad una festa del suo partito Popolari di Italia Domani

Il gip di Palermo, Giuliano Castiglia, ha chiesto l'imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa per il ministro delle Politiche Agricole, Saverio Romano.
Il pm di Matteo ha dichiarato: "Dall'indagine è emerso un quadro preoccupante di evidente contiguità con le famiglie mafiose di Cosa Nostra". Sarebbero almeno tre gli episodi riportati dal pubblico ministero durante l'udienza che avrebbero come protagonista Romano:
  1. "Innanzitutto, la richiesta di consenso elettorale per Cuffaro sollecitata nel 1991 ad Angelo Siino con la consapevolezza che Siino orbitasse in ambienti mafiosi";
  2. il secondo è relativo ad un pranzo in un ristorante di Campo dei fiori a Roma: "Era presente anche l'attuale pentito Francesco Campanella. Romano disse, facendo riferimento a lui: Francesco mi vota, perché siamo della stessa famiglia" e "non si tratterebbe della famiglia Dc, ma della famiglia mafiosa di Villabate";
  3. il terzo sarebbe legato alla candidatura di Giuseppe Acanto: "Fu caldeggiata a Romano da Campanella e da Nicola Notaro, il responsabile cittadino del Cdu oggi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa".
"Queste sono le prove della contiguità di Romano ad ambienti mafiosi, ma non sono sufficienti per dimostrare il suo contributo specifico e consapevole all'associazione mafiosa".

Giuramento di Saverio Romano per la nomina a Ministro delle Politiche Agricole

Così ha commentato la notizia il diretto interessato, Saverio Romano: "Il gip Giuliano Castiglia non ha ritenuto di accogliere la richiesta di archiviazione formulata dal Pm Antonio di Matteo nel procedimento che mi ha visto indagato quasi ininterrottamente per otto anni anche se l'indagine era tecnicamente spirata nel novembre del 2007. Questi semplici ma inconfutabili dati dimostrano il corto circuito tra le istituzioni e dentro le istituzioni", "il fallimento del sistema giudiziario vive nella interminabile condizione che si riserva al cittadino Saverio Romano in un periodo di tempo che nella sua enorme dimensione rappresenta una sanzione insopportabile anche se l'epilogo sarà quello da me auspicato. Del resto sarebbe di contro parimenti fallimentare un sistema della giustizia che ha lasciato operare per così tanto tempo un uomo politico che potrebbe aver commesso l'infamante reato di concorso con Cosa Nostra. Purtroppo ormai da quasi 20 anni il nostro Paese assiste ad uno spettacolare conflitto che in questi ultimi mesi all'approssimarsi della riforma giudiziaria si è acuito. Sono addolorato e sconcertato; con questo provvedimento non viene chiesta solo la formulazione dell'imputazione per il sottoscritto ma vengono messe in discussione le conclusioni alle quali dopo lunghissimi approfondimenti era pervenuta la Procura di Palermo. Difenderò in ogni sede il mio nome, per me, per i miei familiari e per la comunità politica che rappresento".

Le reazioni:
  • Laura Garavini, capogruppo Pd Commissione bicamerale antimafia: "Per difendere al meglio in ogni sede il suo nome, come il ministro Romano ha promesso di voler fare, gli consigliamo di dare immediate dimissioni. Solo così potrà garantire allo stesso il suo impegno nel processo che lo vedrà coinvolto e tutelare l'istituzione che in questo momento rappresenta";
  • Italo Boscchino, Fli: "Aveva ragione il Presidente della Repubblica a esprimere perplessità sulla nomina di Saverio Romano a ministro. L'imputazione coatta per mafia richiesta dal gip di Palermo rende incompatibile la permanenza di Romano al governo e sarebbero auspicabili le sue immediate dimissioni". "L'Italia non può permettersi - continua Bocchino - di avere un ministro imputato per mafia tanto più che la sua nomina non è stata frutto di un percorso politico ma una remunerazione per aver abbandonato l'Udc, facendo da stampella al governo";
  • Michele Pisacane, deputato del Pid (Popolari di Italia Domani): "Esprimiamo solidarietà al ministro Saverio Romano per la reiterata serie di attacchi massmediatici. Abbiamo fiducia nella magistratura e nella giustizia e siamo sereni che alla fine del percorso la verità e la totale estraneità del ministro Romano ai fatti verranno acclarate. D'altra parte, dopo anni di indagini, dopo la chiusura dell'inchiesta nel 2007, sarebbe bizzarro che in sere di udienza preliminare chi ha avanzato richiesta di archiviazione smentisse se stesso. E' da sottolineare poi come il pm che ha chiesto l'archiviazione sia lo stesso che per otto anni ha avuto il fascicolo a differenza del Gip che lo ha avuto per qualche settimana. Siamo di fronte ad un caso di casuale controsenso, oppure Saverio Romano sta pagando il 14 dicembre?";

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giovedì 3 settembre 2009

VENTISETTE ANNI FA VENIVA FEROCEMENTE UCCISO IL GENERALE DALLA CHIESA. NAPOLITANO: "LA MEMORIA DI CARLO ALBERTO DALLA CHIESA IMPONE VIGILANZA"


"Ricorre oggi il ventisettesimo anniversario del vile agguato nel quale furono uccisi il Prefetto Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo, il coraggioso agente della scorta. Il Paese ricorda con immutata emozione la cieca violenza di quell'atto con il quale la mafia volle colpire un fedele servitore dello Stato, pronto a contrastarla con nuovi ed efficaci metodi investigativi e con il coinvolgimento e il sostegno dell'intera popolazione: così come aveva fatto negli anni precedenti quando, con determinazione e intelligenza, aveva combattuto la feroce aggressione terroristica", "Il barbaro attentato provocò un unanime moto di indignazione cui seguì un più deciso e convergente impegno delle Istituzioni e della società civile, che ha consentito di infliggere colpi sempre più duri alla criminalità mafiosa ed alla sua capacità di controllo del territorio. Le dolorose immagini di quella tragica sera non debbono però essere dimenticate. Il sacrificio del Gen. dalla Chiesa e quello di tanti altri caduti per mano di mafia debbono restare vivi nella memoria di tutti ed imporre alle Istituzioni, alla società civile ed alle nuove generazioni una continua vigilanza contro le persistenti forme di presenza e di infiltrazione della criminalità organizzata, non meno pericolose anche quando meno appariscenti. In questo spirito, interpretando i sentimenti di tutti gli italiani, rinnovo ai familiari del Generale dalla Chiesa, della sua gentile consorte e dell'agente Russo il sentito e commosso omaggio mio personale e dell'intera Nazione". Queste pubblicate sono parti del messaggio diffuso dalla prefettura di Palermo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Roberto Maroni, Ministro dell'Interno: "Il modo migliore per ricordare chi ha speso la sua vita nella lotta alla criminalità organizzata è quella di fare tesoro dei suoi insegnamenti", il Ministro ha quindi ricordato alcuni dei risultati ottenuti nella lotta alla mafia "da maggio sorso sono stati assicurati alla giustizia otto mafiosi al giorno, sabati e dimeniche compresi. Sono state approvate norme che consentono un'aggressione dei patrimoni mafiosi più efficace di quanto lo fosse prima. Inoltre, sono stati catturati pericolosi latitanti: dodici erano nell'elenco dei trenta più pericolosi e 29 erano nell'elenco dei cento più pericolosi".

Angelino Alfano, Ministro della Giustizia: "Ventisette anni fa veniva ucciso un uomo di Stato e un grande carabiniere che ha sacrificato la sua vita per affermare i principi di legalità e di giustizia, sfidati dalla criminalità organizzata", "il suo coraggio e la sua forza, mossi da un innato senso del dovere, sono ricordati e trasmessi a tutti coloro che operano nell'esclusivo interesse della socità civile e dello Stato. L'impegno con cui si è totalmente dedicato alla lotta al terrorismo prima, al contrasto alla mafia poi, ha riempito ogni singola pagina della sua vita, spingendosi fino al sacrificio estremo", il Ministro conclude con una rivelazione "non esiste commemorazione se non accompagnata da azioni concrete che rafforzano la coscienza civile e potenziano le strategie di contrasto alla criminalità organizzata. Il Governo sostiene il proprio impegno nella lotta alla mafia anche nella memoria di chi, come Carlo Alberto Dalla Chiesa, è caduto per offrire all'Italia un futuro solido, attraverso l'eliminazione di quei segmenti di antistato che ne minano le fondamenta. Da quel lontano 1982 tanto è stato fatto ma è nostro compito non abbassare la guardia per emancipare la Sicilia dal pesante giogo di cosa nostra".
Saverio Romano, Unione di Centro: "Il sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente Domenico Russo ha segnato uno dei punti più efferati nella storia del conflitto tra la mafia e lo Stato e ha rappresentato, per la sua efferatezza e per il significato dell'azione di contrasto alla criminalità organizzata condotta dal Generale Dalla Chiesa che era fatta non solo di repressione ma anche di formazione delle coscienza, uno dei momenti di maggiore sensibilità nell'opinione pubblica sulla disumanità di Cosa Nostra e sugli effetti nefasti della sua azione. La politica non sempre è stata unita in tal senso ed ha portato avanti azioni disarticolate e non omogenee. E invece è importante che chi ha responsabilità politiche, in Sicilia soprattutto, a prescindere dal colore e dalla logica delle appartenenze, faccia fronte comune, perchè la lotta al sistema del malaffare deve annullare le differenze tra i partiti e unirli nel rispetto della legge e della libertà. per restituire ai cittadini onesti quella speranza che, dopo il 3 settembre del 1982, pensarono erroneamente di avere perso per sempre".
Giuseppe Lumia, Partito democratico: "Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa non va dimenticato. La sua testimonianza è una memoria ancora viva e attuale nella lotta alle mafie", "venne assassinato barbaramente perchè voleva imprimere alla lotta alla mafia una svolta radicale e senza precedenti sul piano operativo. Ad impedirglielo fu quel sistema di collusioni politico-mafiose che gli fece terra bruciata. Ciò favorì la vendetta di Cosa Nostra, che si consumò il 3 settembre 1982. Con lui caddero anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo", "Perchè la sua uccisione brucia ancora? Perchè il suo ricordo è ancora vivo? La sua morte brucia ancora perchè quel sistema di collusioni non è stato individuato e condannato. Conosciamo i killer, conosciamo i membri della cupola di Cosa Nostra che diedero l'ordine di eseguire l'omicidio; ma, come spesso accade in modo vergognoso in tutti i grandi omicidi di mafia, il livello delle collusioni non è stato colpito. Fino a quando non si farà piena verità e giusitizia dobbiamo sentire il peso della vergogna che si abbatte sulle nostre istituzioni", "il suo messaggio è ancora vivo: Dalla Chiesa voleva una legislazione moderna, capace di aggredire le organizzazioni criminali. Egli, infatti, collaborò con Pio La Torre alla legge sul 416bis, il reato di associazione mafiosa, e sul sequestro e la confisca dei beni. Lo Stato ancora una volta arrivò in ritardo: solo dopo il sacrificio di entrambi, il Parlamento si riunì e varò quelle leggi. Dalla Chiesa credeva nel rapporto legalità-sviluppo, era fortemente convinto che i diritti non potevano trasformarsi in favori. Proprio per questo andava nella scuole e nelle fabbriche per educare le nuove generazioni e promuovere lo sviluppo produttivo nella legalità. Due antidoti potenti per colpire Cosa Nostra alla radice".
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